Chiunque abbia mai avuto il piacere o il dispiacere, a seconda dei casi, di trovarsi alle prese con un linguaggio di programmazione, saprà già a cosa si riferiscono queste due parole.

Si tratta del più classico degli esempi informatici per eccellenza: il primo che solitamente si incontra in qualsiasi manuale, guida o corso di programmazione.

Qualsiasi sia, infatti, il linguaggio a cui ci si sta approcciando, il primo esempio in assoluto che viene mostrato è quello che permette di stampare a video queste due famosissime parole: Hello World.

Ora, non c'è un motivo tecnico se, per iniziare lo studio di un qualsiasi nuovo linguaggio di programmaizone, viene utilizzata proprio questa frase.

Si tratta piuttosto di una motivazione storica: una sorta di tradizione. Ed in particolare è un omaggio che, più o meno consapevolmente, scrittori, insegnanti ed esperti dei più disparati linguaggi porgono ad un informatico canadese di nome Brian Kernighan.

Kernighan fu, infatti, il primo a menzionare le parole Hello World e lo fece nel primo esempio del libro The C programming language che scrisse nel 1978 insieme con Dennis Ritchie.

In quel periodo il linguaggio C era tra i più diffusi: basti pensare che era alla base del sistema operativo Unix e che nel giro di pochi anni sarebbe stato impiegato nella scrittura del kernel linux. Di conseguenza, tra gli anni 70 e 80 qualunque programmatore, o aspirante tale, possedeva una copia di The C programming language.

Ciò significa che una intera generazione di informatici, gli stessi che sono poi divenuti progettisti, programmatori, professori, ecc., hanno potenzialmente digitato in prima persona il codice di un programma Hello World e hanno vissuto l’emozione di vederlo eseguito.

Molti anni dopo, in un’intervista a Forbs, Kernighan confesserà che l’idea di utilizzare le parole Hello World non aveva nessun retroscena filosofico o di altra natura: semplicemente si trattava di un’espressione che gli era rimasta in testa quando, un po’ di tempo prima, l’aveva sentita pronunciare in un cartone animato da un pulcino, subito dopo essere venuto fuori dall’uovo.

Oggi, a distanza di 40 anni, si potrebbe dire che quelle due parole, utilizzate a quel modo nel 1970, quando i computer erano ancora considerati qualcosa di distante, degli enormi e complicati macchinari che occupavano intere stanze e funzionavano tramite schede perforate, contribuì ad instaurare una sorta di legame tra la macchina ed il suo utilizzatore.

Forse, nell’immaginario degli addetti ai lavori, iniziò a formarsi l’idea che il computer non fosse più uno strumento, ma una specie di compagno con il quale era possibile comunicare e che, di rimando, era in grado di esprimersi in modo comprensibile.

Magari, un semplice esempio su un libro di testo, aveva messo le basi per quella che è la nostra concezione moderna dell’informatica: la creazione di strumenti software, e ultimamente anche hardware, che ci comprendono e sanno farsi comprendere da noi, che capiscono i nostri problemi e ce ne forniscono le soluzioni.

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